Adamo

Dici di avermi visto prendere delle mele dall'albero!
Vergogna!
Con tutta la frutta che ho!

Tutto ciò è un'indegnità e lo dimostrerò nelle sedi apposite, che deciderò appena lo vorrò se ne avrò tempo e se non mi annoio, tanto che importa, ormai sono stato accusato ingiustamente per aver preso ogni genere di frutto, e ciò dimostra che non-posso-essere-no un ladro di mele. In secondo luogo, d'ora in poi nessuno osi farsi gli affari degli altri, soprattutto i miei, né tantomeno sorvegliare i meleti, chi lo vuole dovrà eventualmente munirsi di sistema d'allarme rotto o disattivabile da ladri autorizzati.
Aaaah, e dici che mi hai visto. Hai visto male!

Come come? Hai pure le riprese, dici? Ma non eri autorizzato!
La gente non è stupida, e sa bene che questi complotti, orditi da io so bene chi, e so bene perché, servono solo a gettare fango su persone rispettabili che lavorano per il frutteto di tutti e si appropriano delle mele solo per verificarne il gusto e distribuire torsoli ai più bisognosi, ma ovviamente non mi metto qui a pubblicizzare queste mie opere di bene che sono affar mio. Comunque, il problema non mi tange, perché è ormai stabilito, da me, che sono innocente, e che soprattutto chi occupa il mio ruolo può mangiare tutte le mele che vuole, e nessuno mi può giudicare soprattutto se ritiene che io sia colpevole. È legge ormai! E poi tu che parli, ti piacciono le mele, no? E non vorresti un mondo in cui chiunque, trovandosi liberamente e democraticamente al mio posto, possa mangiare tutte le mele che vuole? Lasciate in pace il nostro consorzio, che ha fatto tante cose che non voglio stare a elencare e ne farà ancora che non mi vengono in mente ma sono tante, e poi sono ben altri i problemi dell'agricoltura, per esempio le grandinate, quelle sì! Stiamo provvedendo a punirle aspramente e a respingerle nei campi confinanti, tant'è che quest'anno sono diminuite del 124, no, 241, no, 412, percento.

Ma datemi fiducia, e basta con questo pessimismo.
Cronc, cronc, cronc.

Come preparare un'ottima insalata di pterodattilo

Affettare e tagliare a grossi cubetti le chiappette di pterodattilo fresche (che avrete preventivamente immerso per quattordici ore in un misto di aceto di mele e succo di melastella).
Se lo pterodattilo dovesse lamentarsi, dategli da mangiare del tofu, ne è ghiotto.
A parte, in una terrina, mescolate succo di limone e della farina d'avena (ottenuta essiccandola e tritandola per bene), fino a ottenere un impasto simile a maionese (con la sola differenza che la maionese non canta "Noi puffi siam così").
Gettate via l'impasto ottenuto, e friggete i cubetti di pterodattilo in abbondante olio di avocado bollente, fino a dorarli per benino. Ricuciteli uno per uno al loro posto -giustapponendo lattuga e citrangoli- sul posteriore dello pterodattilo, che disporrete su un piatto da portata dall'apertura alare di circa ventisei metri.
Lo pterodattilo, come appositamente addestrato, girerà fra tutti i commensali porgendo le terga, premiato di volta in volta con pezzettini di tofu lanciati per aria, che la bestiola afferrerà con la lingua prensile per la gioia di tutti, grandi e piccini.
Questa ricetta fu ideata in occasione della prima elezione, tramite televoto, del noto fotografo Fa****io Co**na a presidente della repubblica, nel lontano 2011.


disclaimer: noi amiamo gli animali. Nessuno pterodattilo è stato realmente ferito durante la digitazione di questa ricetta.

The Buyer

Soccer teams and supermarkets,
TV networks and the press,
mass opinions, dreams and mindfuck
the premiership and all your debts

You bought it all
You fucked it all up
You bought it all
You fucked it all up

When we work, we work for you
what we pay, we pay it to you
what we had is owned by you
what we had is owned by

Servants, assholes, freaks and dancers
unctuous kicklines of bootlickers
mobsters kissass priests and newsmen
you even bought your own adversaries

You bought it all
You fucked it all up
You bought it all
You fucked it all up

Lawyers, Judges, the laws themselves
the same concept of impunity
you even bought your own adversaries
they’re all bowing down to Idiocracy

You bought it all
You fucked it all up
You bought it all
You fucked it all up




(un brano dei miei Long Hair In Three Stages, a mo' di promemoria pre-elettorale, nel caso vi foste scordati cosa sta succedendo.)

"Noemi è illibata"

Come direbbe il mio compaesano: "Evviva staminchia."
Ma in che cazzo di nazione siamo? Disgusto disgusto disgusto disgusto disgusto disgusto disgusto disgusto disgusto, questa storia mi fa schifo da tutti i lati la si guardi, mi fa schifo Berlusca, mi fa schifo tutta la famiglia Letizia, mi fanno schifo i telegiornali, la destra, la sinistra, mi fa schifo il Giornale e pure la Repubblica.

Gaiman!!

Eccolo qui, il nuovo Gaiman tradotto dal vostro Yako.
Ecco la sinossi ufficiale...

"Ogni mattino Bod fa colazione con le buone cose che prepara la signora Owens. Poi va a scuola e ascolta le lezioni del maestro Silas. E il pomeriggio passa il tempo con Liza, sua compagna di giochi. Bod sarebbe un bambino normale. Se non fosse che Liza è una strega sepolta in un terreno sconsacrato. Silas è un fantasma. E la signora Owens è morta duecento anni fa. Bod era ancora in fasce quando è scampato all'omicidio della sua famiglia gattonando fino al cimitero sulla collina, dove i morti l'hanno accolto e adottato per proteggerlo dai suoi assassini. Da allora è Nobody, il bambino che vive tra le tombe, e grazie a un dono della Morte sa comunicare con i defunti. Dietro le porte del cimitero nessuno può fargli del male. Ma Bod è un vivo, e forte è il richiamo del mondo oltre il cancello. Un mondo in cui conoscerà l'amicizia dei suoi simili, ma anche l'impazienza di un coltello che lo aspetta da undici lunghissimi anni..."

Che altro aggiungere? Io ci ho visto anche dell'altro; immaginate un bimbo costretto dagli eventi a crescere nella collina di Spoon River, o un Harry Potter al contrario che vive da diverso, da semplice essere umano e mortale, in un mondo dove tutti possono tranquillamente attraversare i muri e svanire (anzi, Svanire) e che solo con il tempo riuscirà a comprendere il valore incalcolabile di essere vivi, e l'importanza del solo enorme potere magico che solo noi viventi abbiamo, quello di riuscire a mutare il corso degli eventi.
Davvero un gran bel libro, da leggere tutto d'un fiato.

Oh Syd, you saw through the dark...

Quando si parla di Syd Barrett, le prime cose che vengono in mente (appena dopo il nome della sua ingombrante, fondamentale, fenomenale, idolatrata, a tratti fraintesa band) sono il suo sguardo intenso e un po' inquietante, la fragilità, la genialità, il destino tragico e ingiusto, così umano e così scioccamente favoleggiato (io stesso temo di averlo ricordato in questi termini, quando è morto); o il triste profetico appellativo "vegetable man" tratto da uno dei suoi brani (nulla di più errato, di meno puntuale, in realtà: uno schizofrenico è l'esatto opposto di un vegetale, lo dico senza alcuna retorica: è lui che corre troppo, troppo veloce, siamo noi i vegetali per lui semmai, fermi al palo e incapaci di seguire il suo pensiero).

Ma c'è dell'altro: c'è anche una deliziosa gioiosità in certe sue canzoni, una geniale leggerezza che spesso si dimentica, e che forse è la cifra più interessante, quella da ricordare e che forse avrebbe segnato il suo percorso musicale se la malattia mentale non gli avesse impedito di scrivere ancora.
Ben pochi artisti al mondo, presenti e passati, si possono paragonare a Barrett, e sempre a rischio di essere linciati. Robyn Hitchcock su tutti, e pochi, pochissimi altri. Ma io oggi voglio pronunciare questa bestemmia, invitarvi all'ascolto di un brano che magari non avrà nulla di oggettivamente barrettiano (e scritto poi da una band che ha tutto da invidiare agli inimitabili primi Floyd, sia chiaro, anche se il loro album ha qualcosa, qualcosa di stuzzicante e di semplice, di vero... sta di fatto che da una settimana continuo a canticchiare la frase "Blake's got a new face", coretti compresi, irritando tutti quelli che mi stanno intorno) ma che nondimeno mi ha stuzzicato certi neurorecettori che la generosa previdente madre natura ha predisposto nel cervello umano esclusivamente per la fruizione di Syd Barrett, e certi altri che non mi si accendevano più dai tempi dei Camper Van Beethoven di Our beloved revolutionary sweetheart. Eccovi il testo (probabilmente inesatto, lo riporto come l'ho trovato in un sito): cercate, ascoltate e poi ditemi.


Vampire Weekend
"Bryn"

Ion displacement
Won't work in the basement
Especially when I'm not with you
Here in the heartland
A feelin so startlin'
I dont know what I should do

Oh Bryn, you see through the dark
Right past the fireflies that sleep in my heart
You know its easy to see
Wait for the season to come back to me

Nights by the ocean
A westerly motion
That moves California to sea
Eyes like a seagull
No kansas palm beetle
Could ever come close to that free

Oh Bryn, you see through the dark
Right past the fireflies that sleep in my heart
You know its easy to see
Wait for the season to come back to me...

Rompendo l'orizzonte di attesa (How to become a rockstar, episode 2)

Il mese di agosto del 2006 è stato uno dei più strani e appassionanti della mia vita. Non ho la più pallida intenzione di stare qui a raccontarvi cosa voglia dire diventare padre, l'hanno già detto e raccontato tutti mille volte in un milione di modi, è una cosa molto intima e personale che non voglio condividere qui, non ora, non così, e di certo non di sfuggita in un post che parla d'altro. Quel che mi serve di raccontare qui è che, se in quel momento così speciale non avessi già avuto una band (o comunque vogliate chiamare quell'accozzaglia di gente, quel progetto sconclusionato che allora era la band), di certo da quel mese di agosto non avrei avuto l'impulso, il coraggio, il tempo e probabilmente neanche il desiderio di metterne su una. Ma, tant'è, e tanto meglio, la band ("Smoothon"?) in qualche modo c'era. A settembre mi arriva un sms di Fabio, il chitarrista: Simone s'è dato, mi spiega; e mi chiede se sono ancora della partita.
Massì, il tempo di organizzarmi un po'.

Ci si incontra davanti al bar Etna, dove tutto è cominciato (almeno per me). È il classico bar che trovi furbescamente piazzato in un posto di passaggio, in un punto di raccordo fra i sobborghi della città, l'autostrada e le mille possibili direzioni verso i paesi dell'hinterland, dove tutti hanno un motivo per fermarsi, ma senza lo squallore che ti aspetteresti in un posto del genere, a parte quello occasionale di certi avventori. Beviamo un whisketto un po' scazzati. Bisogna trovare un nuovo batterista, e di conseguenza una nuova sala prove.
Cominciamo una serie di session in una sala prove a ore, da un certo Edoardo, il profumo di carne arrosto (ma non è carne arrosto) perennemente nell'aria. Mettiamo annunci sui giornali, proviamo diversi batteristi. Uno è troppo pulitino e scolastico, l'altro viscerale e selvaggio ma non riesce a tenere il tempo (e ha il coraggio di dire, con una zeppola da Guinness dei primati: "Ma carufi, shertu che appoi mi carricu e pigghia velofità, chisto è u rock!"); uno non capisce che genere facciamo (ma d'altronde, neanche noi), l'altro va bene, sì, ma c'è qualcosa che però.
È il blues (essì, avevamo un blues... titolo esatto: "Tickin' love blues", yeah!) lo spietatissimo banco di prova per gli aspiranti drummer della band senza nome ("The Kubricks"?), davanti al quale tutti presto o tardi si arrendono. Siamo dei cazzari che a malapena sanno tenere in mano lo strumento (parlo anche delle mie corde vocali), ma abbiamo pretese elevatissime! Fuori un altro. Passano le settimane, fumata nera dopo fumata nera. Non ci accontentiamo. Non ci arrendiamo. Ma non ci crediamo quasi più. Non basta un bravo batterista. Ci vuole la persona giusta. Il pezzo del puzzle.
Un giorno il nostro Roberto incontra a un semaforo un batterista suo amico di vecchia data, si catapulta giù dalla macchina e lo costringe a venire a provare con noi da Edoardo, appena può.
Si chiama Emanuele, che vuol dire "Dio è con noi", e mai nome fu più calzante. Anche lui cercava una band. Alla prima prova azzecca tutto, inventa tutto il resto, pesta come un dannato, preciso come un metronomo, tribale e fantasioso. Ci guarda interrogativo. Ci guardiamo l'un l'altro anche noi, con un mezzo sorriso che è il tentativo di trattenere una risata isterica; sì, è lui.
Non ci crede quando gli diciamo che siamo soddisfatti, che ci piace. Non ci crede, e non ci crederà per mesi e mesi. Chiunque vorrebbe un batterista così, ma lui fa le battute come un ragazzino geloso alla sua nuova fidanzata. "Sì, tanto ora mi sostituite," dice, sorridendo. Ogni volta che si parla di Simone chiede sempre com'era tecnicamente (inutile insistere a dirgli che era una capra). Ogni volta che si nomina un batterista, chiede se è meglio o peggio di lui. Non sembra rendersi conto che a nessuno di noi interessa la classifica dei batteristi, come a una ragazza innamorata non interessa chi ce l'ha più lungo; e non si rende conto di essere entrato in una band di dilettanti, e di esserne un po' la star.
Ma da quel momento tutto cambia, siamo tutti migliori, tutti focalizzati, tutti in qualche modo... sì, tutti in qualche modo bravi, interessanti, tutti veramente dentro al progetto. La band nasce lì, in quello strano novembre, e ha già una sua chiara identità dal primo istante in cui arriva Emanuele. Iniziamo a tirar giù come niente fosse brani già compiuti, nascono di getto Hate Song #1 e Nothing ("nel finale chi entra prima? la batteria, la chitarra o il basso?" "facciamolo tre volte," dico io, "con tutte e tre le combinazioni!"). Durante le pause fumiamo decine di sigarette e parliamo dell'ambiente catanese, dei locali radical-snob e inarrivabili, delle serate live. Nominano posti di cui non avevo neppure mai sentito parlare, come il Mer, e altri ben noti anche a chi come me non frequenta da anni i pub catanesi: la Chiave, la Cartiera, la Zō. Ma te l'immagini, suonare in un locale davvero? Parliamo per l'ennesima volta del nome della band -abbiamo tutti delle proposte ma a ognuno piacciono solo le sue... io vorrei tanto "The Lesbians"- e di altre cose che ci sembrano avvincenti, distanti ed enormi, ed è divertentissimo fare questi sogni improbabili di rock'n'roll come i ragazzini di Ligabue, ma il tutto virato in colori noise-indie.
Quando rientriamo propongo di inventarci un brano di apertura per spiazzare la gente, una cosa simile a quando i musicisti provano all'inizio dei live, ciascuno per i fatti suoi, senza badare gli uni agli altri. I ragazzi sono perplessi, ma l'idea di fare qualcosa di forte per aprire la scaletta rompendo l'orizzonte d'attesa piace. Cominciamo a improvvisare, ecco un ritmo tribale, inesorabile, il basso lo asseconda, la chitarra disegna una scala tutta sua.
Per le mani ho l'elenco dei nomi per la band (For ladies only? Long Hair In Three Stages? Love in exile? The Singles? Metal Machine? The Playbacks? Psycho Candy? Smooth-on?) e non sapendo che fare mi metto a urlare quelle parole, nell'ordine esatto in cui le vedo scritte. Wow. Funziona. Funziona!
Ladies and gentlemen, in this very moment we are Breaking the Horizon of (your) Expectation! Me la vedo già, la gente sconvolta, perplessa, divertita, sotto il palco.
Chissà.

[continua]

All'unnici di Jinnaru a vintin'ura a Jaci senza sonu s'abbalava cui sutta li petri e cui sutta li mura e cui a misericordia chiamava

Guardando le immagini del terremoto in Abruzzo -quelle pochissime immagini che mi sono concesso di guardare- mi è venuto istantaneamente di chiedermi cosa succederebbe, anzi cosa succederà, quando toccherà nuovamente a Catania. Probabilmente non sapremo neppure aiutarci a vicenda a tirarci fuori dalle macerie, figurarsi ricostruire qualcosa.


Da Wikipedia, voce "Terremoto del Belice".

[...]Tra i 14 centri colpiti dal sisma vi furono paesi che rimasero completamente distrutti: Gibellina, Poggioreale, Salaparuta, Montevago. Le vittime furono 370, un migliaio i feriti e circa 70 000 i senzatetto. Si ricordano gli altri paesi e cittadine che hanno subito danni ingenti: Menfi, Partanna, Camporeale, Chiusa Sclafani, Contessa Entellina, Sciacca, Santa Ninfa, Salemi, Vita, Calatafimi, Santa Margherita di Belice.

Il terremoto del 1968 mise drammaticamente a nudo lo stato di arretratezza in cui vivevano quelle zone della Sicila occidentale, in primo luogo nella stessa fatiscenza costruttiva delle abitazioni in tufo, crollate senza scampo sotto i colpi sussultori del sisma. Le popolazioni di quei paesi erano composte in gran parte da vecchi, donne e bambini, visto che i giovani e gli uomini erano già da tempo emigrati in cerca di lavoro. Questo dato rappresentava il disagio sociale che lo Stato conosceva e trascurava, così come trascurò le conseguenze del sisma, che hanno rappresentato, in fatto di calamità naturali, uno dei primi, e tristemente celebri, casi italiani nella storia del dopoguerra: l'impreparazione logistica, l'iniziale inerzia dello Stato, i ritardi nella ricostruzione, le popolazioni costrette all'emigrazione, lo squallore delle baracche per coloro che restavano.

Anche i successivi e tardivi stanziamenti economici per la ricostruzione diedero luogo ad opere faraoniche spesso inutili, quali la città di Gibellina, issata a vessillo della ricostruzione in quanto progettata da famosi architetti e artisti ma assolutamente mal pensata in merito al fattore più importante che sta alla base della ripresa economica, ovvero l'occupazione lavorativa per gli abitanti e i luoghi di socializzazione degli abitanti. Si pensi che la ferrovia Salaparuta-Castelvetrano che collegava la maggior parte dei centri dell'area terremotata con la zona costiera, distrutta dal sisma non venne mai più ricostruita, nonostante avesse un buon traffico viaggiatori. Venne finanziata e costruita l'autostrada Palermo-Mazara del Vallo, che venne soprannominata da molti l'autostrada del deserto, al posto della viabilità ordinaria dissestata, invece di far fronte alla ricostruzione della viabilità ordinaria di collegamento tra i centri abitati, opera più essenziale ed urgente, che invece languì per lungo tempo.

Gli anni che seguirono il terremoto furono costellati da appalti, buone intenzioni, proclami, stanziamenti. Fatto sta che ancora oggi non tutto è stato ricostruito; e tornano così attualissime le lotte che Danilo Dolci intraprese a favore della popolazione e contro il malaffare politico-mafioso. Leggendario l'impegno da lui profuso, le frasi scritte sui muri dei ruderi, quali: "La burocrazia uccide più del terremoto", "Qui la gente è stata uccisa nelle fragili case e da chi le ha impedito di riappropriarsi della vita col lavoro", "Governanti burocrati: si è assassini anche facendo marcire i progetti" per sensibilizzare l'opinione pubblica nazionale.


Il mio (s)concerto*

Ma l'avete sentita?
La versione di "Nel blu dipinto di blu" cantata da questa Silvia Di Stefano? Gente, da brividi.
Brividi di orrore e disgusto, intendo. Un'esibizione muscolare, atletica, di canto, priva di gusto, di senso della misura, del benché minimo rispetto per il brano (e per le orecchie dell'ascoltatore, e per la Musica in genere). Una base roboante, pacchiana, orrenda, senza capo né coda, una specie di demo da tastiera Roland tutta spacchieppìrita (la Di Stefano, sicula anche lei, capirà), dance stantìa e superultraurcachestrajazzfusionminchia, sulla quale la poveraccia sbraita senza poesia (e certo senza badare alle parole, al concetto stesso di "interpretazione").
Di certo la peggior cover che io abbia mai udito in vita mia (e ne ho udite parecchie), probabilmente la peggiore che sia mai stata fatta nella storia della musica -roba da dimenticare il già orrido sacrilegio negramariano, che slitta al secondo posto (no, terzo: "La città vuota" di Fiorello resiste in seconda posizione). Ovviamente in heavy rotation su Radio Italia, spinta dal solito hype furbetto sulle vagonate di ascolti su internet (basta dare cinque euro a due poveracci per cliccare "refresh" ogni tre secondi... ma se anche fosse vero, machissenefrega). Ma se è vero, è mai possibile che nessuno tra le millantate orde di ascoltatori sul web abbia osato dire che questa cover è un'orrenda, colossale puttanata? Uhmmm.
Un'utilità però forse ce l'ha: è un perfetto esempio di cosa non dev'essere un cantante -la immagino adottata in migliaia di corsi di canto come esempio in negativo- e una dimostrazione pratica del fatto che avere una voce potente, e padroneggiare la tecnica per usarla, non basta per dire di saper cantare.
Come diceva il professor Fontecedro di Luttazzi: Disgustorama!



*Umberto Bindi

Quindici cose che una band credibile non dovrebbe mai fare

1. Chiamarsi con uno di quei nomi altisonanti che finiscono per A e che in genere non significano nulla, tipo "Smalegma", "Melesgria", "Suspansia", "Fristinpsia".

2.
Dire stronzate tipo: "Minchia, però noi siamo molto più bravi di quelli lì!"

3. Inserire nella line-up una tastiera da suonarsi con effetto pianoforte, o viceversa un commodore 64 con la colonna sonora di The Last Ninja per fare i fighi suburbani neo-passatisti.

4.
Inserire nella line-up una di quelle cantanti olimpioniche che si vestono con le borchie stile Suicide Girls e ti sanno fare precisa precisa "What's up" dei Four non blondes o "Nobody's wife" di Anouk, e delle quali puntualmente s'innamoreranno (parimenti ricambiati) tanto il chitarrista che il bassista, senza che l'uno sappia dell'altro.

5.
Copiare i Killers, o gli Interpol, o i Franz Ferdinand, o gli Arctic Monkeys, o gli Editors (che già tutte sono già di per sé imitazioni di altra roba peraltro molto migliore) per imitare il sound del momento (e poi magari essere costretti a rincorrere quello del momento successivo, fino allo sfinimento o alla vecchiaia).

6. Fare la trecentosettesima cover punk di una sigla dei cartoni animati. Bastaaaaaa! Una volta era carino e divertente, adesso non lo è più.

7. Scrivere la settemilaottocentoseiesima pippa italiana dal titolo "Vertigine emozionale", "Spirali d'aria" o minchiate simili, magari con la precisa convinzione che tutte le radio d'Italia faranno a cazzotti per mandarla in onda.

8. Farsi produrre negli USA da Corrado Rustici o da uno sconosciuto che però è ammericano, minchia (e magari è un ammericano che da piccolo i compagnetti gli appiccicavano le ggomme ammericane dentro le orecchie e adesso è sordo come un babbuino autistico).

9a. Dopo qualche anno di onorata carriera abbandonare (magari dicendosi amaramente delusi dal pubblico) i percorsi più difficili per tentare la via del pop.

9b. Dopo qualche anno di onorata carriera abbandonare (magari dicendosi amaramente delusi dal pubblico) il rock per darsi all'elettronica.

9c. Dopo qualche anno di onorata carriera abbandonare (magari dicendosi amaramente delusi dal pubblico) la musica suonata per diventare deejay.

9d. Dopo qualche anno di onorata carriera abbandonare la vita umana e ridursi a dei vegetali peggio di Syd Barrett mettendosi a suonare, ogni martedì e sempre nello stesso pub, blues pieni di svisate e la sigaretta accesa in bocca con la faccia imperturbabile come durante a una partita di scopone scientifico.

9e. Dopo qualche anno di onorata carriera (magari dicendosi amaramente delusi dal pubblico) imitare Ian Curtis e suicidarsi. Non è più di moda, basta! E poi dice che il rock porta sfiga...

10. Schifare gli applausi e abbandonare tutte le canzoni più melodiche o di maggior presa considerandole quasi una colpa da espiare, per concludere l'esistenza rinchiusi in uno sgabuzzino mentale foderato di stridii e feedback.

11. Ubriacarsi a ogni live come un tacchino ungherese "per vincere l'emozione".

12.
Spiegare/giustificare pubblicamente le proprie scelte, soprattutto quelle teoricamente inspiegabili, folli o imbarazzanti.

13. Suonare tristissime cover davanti a ragazze bionde lampadate in minigonna al trist'errimo Waxy's pub di Catania.

14. Farsi delle foto con il labbro pendulo e l'espressione da rottweiler bastonato e bisognoso di coccole, virate seppia o con quella grana marroncina fasulla che dà tanto l'effetto "minchia che virili poeti suburbani".

15. Stilare liste di cose che una band seria non dovrebbe mai fare.

(da www.myspace.com/LH3S)